02/10/11

Epic: Gears of War non è quello che volevamo


Ora, non è che io voglia accanirmi su questo titolo. E non è che sia il tipo da abbonamento al teatro; giusto l'altro giorno guardavo Chen - il pugno che uccide, tanto per dire; ma la colpa non è mia, giuro! Sono loro che se le cercano.
Dice il capoccia della Epic (noto per il suo apprezzamento dell'opera di Miyamoto, parole sue) che non volevano un prodotto così kitsch: nelle loro intenzioni, probabilmente, doveva essere un gioco gentile, la risposta a Braid data nel linguaggio dell'Unreal Engine 3.
In un'intervista rilasciata alla rivista Edge (che leggete integralmente da queste parti), Cliff B., riferendosi a una scena che non conosco (ma suppongo dovesse trattarsi di qualcosa ad alto contenuto emozionale, almeno sendo i loro canoni), afferma: "La scena era molto ben fatta, a mio parere, anche se come sapete si tratta tutto sommato di ragazzi muscolosi in armatura".
Ebbene, spronato da queste dichiarazioni, sto guardando delle scene animate. C'è nero taurino da sit-com ambientata ad Harlem negli '80: trova un casco da football abbandonato nell'armadietto di uno stadio, prima teatro di imprese sportive, ora scenario di guerra. Lo accarezza e lo indossa; partono dei flashback di lui acclamato nello stadio dei tempi che furono. Musica epica, flash sulle prime pagine delle riviste specializzate (L'ovale ai tempi delle locuste o poco prima), cronisti che lo esaltano, la folla in delirio: si presenta sul campo di battaglia come sul campo da gioco, flashback e presente si avvicendano e finisce la sequenza animata...
"Yeah, your punk-ass messed up my sacred turf! Bad idea! Yo, i'm about to cream some shit out of these". A questo punto, qualcuno degli sviluppatori si sarebbe potuto render conto del fatto che non stavano mettendo in scena Banana Yoshimoto in terza persona, ma, siamo sinceri: son cose che realizzi solo col senno di poi.
L'imperatore del ghetto deve recuperare una bomba, la tipica bomba abbandonata in uno stadio abbandonato per far fuori esponenti di razze aliene che non ci stanno simpatiche.
Corre, schiva, carica, va a meta: recupera l'ordigno, lo piazza e si ferma a festeggiare, assorbendo la potente esplosione che ne scaturisce come si incassa un ceffone sul coppino; mentre nel fondale qualcosa brucia, arrivano i suoi amichetti muscolosi in armatura, la versione videoludica dei Village People; c'è anche la donzella, che ha il pisello più grosso di tutti gli altri messi insieme. Mi spiego: più grosso dell'intera squadra di maschioni impilati l'uno sull'altro, come una piramide umana blindata o un palo della cuccagna in armatura.
E se ne vanno, con lui che continua a parlare come un rapper e gli altri che citano passi di Shakespeare, ma migliorandoli alla solita maniera: piazzando casualmente dei fuck, bitch e wtf.
Le risate preregistrate, stavolta, erano le mie.