21/08/09

Tipi da sala (giochi): A. il chiattone


Inizia con questo post la galleria dei tipi da sala-giochi.

Breve infarinatura sulla sala-giochi, per i nati (videoludicamente parlando) sotto il segno della Playstation 1. Agli occhi di chi le vedeva dall'esterno, si trattava di luoghi di perdizione popolati da lestofanti di ogni guisa, nazisti in fuga dalla giustizia e orchi delle fiabe.

In realtà, erano semplicemente luoghi bui, dalle pareti screpolate, in cui aleggiavano la puzza di sudore e i raggi di sole che penetravano dall'esterno diventavano lame di luce sporca, materializzandosi nella polvere e nel fumo di sigarette. Dentro, al centro dei locali si stagliavano carambole e bigliardini; addossati alle pareti, i cassoni dei videogiochi. Più o meno nuovi, più o meno funzionanti. Dentro giravano giochi che, generalmente, a casa non potevi avere. Poi venne la PSX e la 3dfx sul pc; terminò la storia dei gettoni e finì la supremazia grafica dei coin-op.
Dicevamo: le sale giochi ospitavano, nelle leggende popolari di chi non le frequentava, malavitosi a sette teste (che a tagliarle, ricrescevano), famigli caduti in rovina di Yog-Sothoth, trafficanti di organi a canne e intoccabili vari. La fauna reale, invece, era alquanto più moderata, nonostante non mancassero le teste calde e qualche delinquentello di poca rilevanza.

Il nostro primo ospite, a cui va l'onore di iniziare la serie, è A. il chiattone (Barabba rispetta la privacy).
A. il chiattone era, ed è, una bravissima persona. Una persona mite nella vita, ma dura con gli arcade: i vari Wonderboy, Insector-X, Ghouls'n Goblins, Golden Axe, Bucky O'Hare, Tumblepop, Popper (o Hard Head), Psichic Five, G.I. Joe e tanti altri si piegavano al suo volere.

Attività in sala giochi: anni '90.
Per qualche motivo, qualcuno iniziò a dargli del menagramo e a vederlo come uno spettatore indesiderato, quando se lo ritrovava alle spalle ad aspettare il suo turno di giocare. Ancor più rabbia suscitava doverlo aspettare, rabbia che sfociava prima nelle offese verbali e poi qualche schiaffo sulla nuca. Ma vanamente: lui per i giochi non aveva pietà; chi era in fila, doveva aspettare.
Qualcuno, però, decise di passare alle maniere forti.
Le Cult. Quelle di cui parlo erano simili a quelle nella foto, solo erano marrone scuro ed avevano la punta quadrata. Ricordo ancora le pedate nel culo dell'incolpevole A., le urla dell'iracondo assalitore (ne riporto uno stralcio tradotto in italiano più o meno corrente: "smettila di giocare o mi fermerò quando sulla punta delle scarpe mi rimarrà il tuo ano"), le risatine omertose e poi qualcuno che diceva di smetterla.
L'escalation di violenza proseguì in due fasi: nella prima, salto dalla carambola dell'energumeno di cui sopra, con atterraggio di gomito sulle spalle di A.
Fase finale: mossa speciale di Kim Kaphwan, apertura con ginocchiata nelle spalle.
E A. piangeva, non so se per l'umiliazione o per il dolore, o per una miscela dei due componenti. Ma giocava, continuava imperterrito. Era capace di giocare quasi normalmente, sotto i biechi attacchi dettati da un astio inspiegabile.
Una volta, mentre era in corso uno di questi attacchi intimidatori, entrò il gestore (la sala giochi era un locale separato dal bar) e chiese lumi all'aggressore che, indicando l'incolpevole vittima, esclamò queste parole:
"Mi stava sfottendo".
L'episodio termina col barista che torna al bancone e le ostilità che riprendono... "Non ti permettere mai più!" incalza l'energumeno! Ma permettersi di cosa?